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Inquina di più la tua auto o il tuo hamburger?

May 25, 2015

pubblicato su StellaNova 25 Maggio 2015

 

Tutto è cominciato con un viaggio in Inghilterra e in Irlanda, in quei paesi dove il morbo della mucca pazza ha, a quanto sembra, lasciato un segno indelebile. Gli inglesi non se lo sono dimenticati e quando i due coniugi americani Denis and Gail Boyers Hayes si sono seduti a tavola, ospiti della vedova di uno di quegli inglesi che si sono suicidati a causa del fallimento dovuto al diffondersi del morbo anche nei media, e che, ironicamente, ha servito loro un petto di bovino, ecco da lì è cominciata una lunga riflessione. 

 

La riflessione ha portato a una serie di considerazioni che sono confluite in un libro illuminato dal titolo: “Cowed: The Hidden Impact of 93 Millions Cows on America's Health, Economy, Politics, Culture, and Environment” (Calpestati: l'impatto ignorato di 93 milioni di bovini sulla salute degli americani, sull'economia, la politica, la cultura e l'ambiente). E così mentre gli americani continuano beatamente a consumare i loro hamburger esportando questa moda in tutte le parti del mondo, sembra proprio che l'uomo e l'ambiente siano accomunati da uno stesso destino, non proprio roseo. Inutile dunque far finta di niente mentre si consuma conversando allegramente con gli amici: 93 milioni di bovini non si possono nascondere dentro la tasca dei blue jeans o nel cappello da cowboy simbolo delle catene di fast food a base di carne arrostita. 

 

Viaggiando per l'Inghilterra, hanno dichiarato in un'intervista al National Geographic, la cosa piacevole era potere ammirare gruppi di bovini allo stato brado e diversi gli uni dagli altri. Negli Stati Uniti, puoi guidare per migliaia di chilometri e non vedere una mucca. Sono per la maggior parte confinate in fattorie stile campi di concentramento e sono praticamente l'una uguale all'altra. Certo fa impressione leggere affermazioni di questo tipo. Sembra che per gli americani venire qui in Europa sia un po' come viaggiare indietro nel tempo e ci verrebbe da dire meno male che abbiamo conservato ancora una parvenza di mondo naturale. Ai due coniugi invece deve essere sembrato distante anni luce dato che si sono messi a disegnare buona parte delle mucche che incontravano per compilare una specie di lista dei loro tratti distintivi. 

 

La vita dei bovini negli allevamenti intensivi, che non sono solo in America, non è certamente un quadretto naif. Un tempo, ricordano i due coniugi, esisteva il contadino che si prendeva cura del suo bestiame. C'era un rapporto uomo-animale. Le persone avevano al massimo 30 capi di bestiame e conoscevano gli animali uno per uno tanto che gli davano un nome. Oggi purtroppo l'industria ha soppiantato i contadini e allora non c'è spazio per i sentimenti. I numeri sono cambiati: un piccolo numero di impiegati si occupa di un numero enorme di bovini, sono malpagati e l'ultima cosa a cui tengono è il benessere degli animali che hanno in custodia.

 

Naturalmente anche i bovini provano emozioni ed essere trattati come “elementi” di una catena di montaggio comporta per loro grandi sofferenze. Ad esempio, quando vengono nutriti con del cibo a loro estraneo: granturco tanto per dirne una. Conviene all'industria nutrire il bestiame con cereali che possono essere prodotti a basso costo. Ma come volete che si senta una mucca che mangia granturco invece di erba? Oppure come pensate che si possa sentire una mucca alla quale viene sottratto immediatamente il vitellino, per potere utilizzare quel latte al fine di nutrire più velocemente possibile quelle stesse mamme per inseminarle di nuovo e produrre più latte? Chiaramente anche i bovini quando soffrono hanno in circolazione sostanze chimiche che non sono certamente buone e che vanno a finire nella dieta delle persone. 

 

Inoltre, se a occuparsi dei bovini è l'industria, allora è chiaro che diventa indispensabile che vengano nutriti con una serie di espedienti che consenta loro di metter su peso il più velocemente possibile. In America, l'80 per cento degli antibiotici va a finire proprio negli allevamenti intensivi. A questo si deve aggiungere la somministrazione di ormoni adatti allo scopo. Dulcis in fundo, sciroppo di mais che le rende obese. Ma attenzione, quello sciroppo va a finire anche negli hamburger. Il che equivale a dire che all'industria non importa della salute dei bovini e in definitiva neanche di quella degli uomini. E l'ambiente non ne esce altrettanto pulito.

 

La domanda allora è lecita. Si inquina di più mangiando un hamburger o guidando una macchina? Scrivono i coniugi Hayes: “mangiare un 1 pound (cioè all'incirca 450 grammi) di carne influisce sul riscaldamento globale più del consumo di 1 gallone (all'incirca 4 litri) di benzina”. E spiegano, se si pensa all'energia che viene consumata per produrre i fertilizzanti all'azoto per concimare i campi di granturco: per ararli e per mietere il grano; e poi la benzina usata per trasportare il mais negli allevamenti dove i bovini sono macellati e refrigerati e poi trasportati nei diversi punti vendita; infine la benzina usata dagli utenti per acquistare la carne, portarsela a casa e refrigerarla, infine cucinarla. Insomma tirate le somme. 

 

Tuttavia, quello che lanciano i coniugi è un messaggio di speranza e propongono soluzioni. Pur essendo vegetariani indicano come modello di allevamento il Pu'u O Hoku Ranch nelle Haway. E infine indicano gli escrementi dei bovini come una fonte rinnovabile di energia. D'altronde, afferma Denis, come le ha suggerito una volta sua moglie tornando da uno dei suoi soliti discorsi pubblici e intrisi di pessimismo: se non hai alcuna speranza, non ci sarà mai alcuna possibilità di cambiamento. 

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Non è la libertà che manca. Mancano gli uomini liberi.
(Leo Longanesi)
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